Dott.ssa Marisa Castigliego : Dott.ssa in Lettere moderne
- Van Gogh, le suicidè de la sociètè
“ La società ci rende a volte l’esistenza molto penosa” scriveva Van Gogh all’amico Emile Bernard. Se ci limitassimo allo studio del solo percorso artistico di questo grande uomo, salterebbero fuori pregiudizi, luoghi comuni, appellativi che la società gli ha attribuito da sempre.
Non è del ribelle, non è del pazzo, non è del “Van Gogh dei girasoli” su cui dobbiamo soffermarci.L’obbiettivo è quello di penetrare nei suoi sentimenti e nei suoi colori perché proprio sotto le sue pennellate si celano i segreti del suo animo. Decido di chiamare questo genio semplicemente Vincent perché non parlerò dell’artista Van Gogh; non guarderò quest’uomo con gli occhi della società che lo ha rifiutato e poi mitizzato dopo la sua morte. La società si è accorta della sua genialità quando ormai Vincent l’aveva rifiutata definitivamente con il suicidio.La società ha sempre combattuto il ribelle che si opponeva ai valori della società contemporanea.La borghesia dell’ottocento aveva come ideali la ricchezza ed il successo e considerava il ribelle improduttivo e quindi da isolare.Vincent, indifeso e ferito ha testimoniato con la propria vita le ingiustizie della società. Spesso gli artisti incompresi per fuggire dalla società che li emargina, si rifugiano nel sogno, nella fantasticheria, nel delirio e nella follia. C’è chi realmente raggiunge questi posti esotici, come il viaggio di Charles Baudelaire in India e quello di Paul Gauguin a Tahiti; chi invece come Van Gogh cerca di raggiungere la serenità con l’immaginazione.Le condizioni economiche degli artisti incidevano fortemente sulle loro condizioni fisiche. Delle volte ingannavano la fame con il fumo o con l’assenzio. L’assunzione di droga permetteva di potenziare le capacità percettive e consentiva di allontanarsi dalla realtà per raggiungere i“paradisi artificiali”, cioè quei posti ignoti in cui l’artista riusciva ad esprimere se stesso. Alla fine dell’ottocento, la droga più diffusa era l’assenzio. Era la droga dei bohemiens, a basso costo.Solo l’artista aveva un modo di sentire più grande e poteva lasciarsi trascinare dai sensi.La pittura, come la poesia, doveva colpire ogni sfera sensoriale. Doveva trasmettere profumi, musiche, colori. Bisognava sfuggire alla ragione e vivere nel sogno e nelle allucinazioni. Per raggiungere l’estasi bisognava immergersi nella natura. L’arte era per Vincent, l’uomo sommato alla natura.Tutta la realtà era filtrata attraverso l’arte. Lo scrittore Antonin Artaud fu uno dei tanti ad essere etichettato come squilibrato dalla scienza del suo tempo. Egli nel 1947 dopo aver visitato una retrospettiva di Van Gogh allestita al Museo dell’Orangerie a Parigi, scrisse il saggio “Van Gogh, le suicidè de la sociètè” denunciando le repressioni di una struttura sociale ipocrita che soffoca il diverso e lo bolla come folle.Per Artaud la psichiatria è stata inventata solo per frenare i geni. Il manicomio serviva per sbarazzarsi d’individui “pericolosi”, traumatizzandoli ed accentuando la loro tendenza all’autodistruzione.Portando all’esasperazione le loro angosce esistenziali, le esplosioni d’insofferenza diventano così il delirio di una malattia cronica, la follia.Scriveva Antonin Artaud:“ Nessuno ha mai scritto o dipinto, scolpito, modellato, costruito, inventato se non per uscire di fatto dall’inferno.”L’inferno per Vincent è la società che lo emargina. Nelle sue opere si trovano segni ben marcati dell’angoscia esistenziale che si manifesta nel tratto nervoso delle pennellate nelle ultime tele e dall’utilizzo di particolari colori. L’arte diviene sacrificio, un oggetto sfuggente che conduce alla follia e al sacrificio di sé. Vincent sa di avere disturbi psichici e delle volte guarda dentro di se e analizza le fasi del suo delirium come egli stesso lo definisce in una lettera al fratello Theo:“… Soprattutto nel mio caso, nel quale una crisi più violenta può distruggere per sempre la mia capacità di dipingere.”La prima crisi l’ebbe nel 1888, quando per infliggersi una punizione, si tagliò il lobo dell’orecchio sinistro; dopo averlo avvolto in un fazzoletto, lo donò ad una prostituta. Questo episodio ricorda il cerimoniale primitivo delle corride, in cui il vincitore taglia l’orecchio al toro abbattuto e lo regala ad una dama.Vincent si taglia l’orecchio come se egli fosse al tempo stesso il toro sconfitto e il vincitore.





lun 19 set 2011
Mente